Sul lago di Santa Croce a cavallo o con il kite

di Valentina Voi

La storia del bacino narrata da un osservatore privilegiato: Fortunato Calvi, gestore dello storico bar di Poiatte

ALPAGO. Fotografato da ogni prospettiva, animato per gran parte dell’anno da sportivi che ne amano il vento puntuale, solcato da pescatori provenienti da Veneto, Emilia Romagna, Lombardia. La fama del lago di Santa Croce cresce di anno in anno e facendolo diventare meta sempre più ambita. Eppure non è sempre stato così. «Una volta era odiato dagli abitanti del posto» spiega chi lo conosce bene, «dava poco, al massimo un po’ di pesce, e prendeva tanto in termini di vite umane. Mia mamma non mi permetteva di farci il bagno».

Seduto a pochi passi dallo specchio d’acqua simbolo dell’Alpago, Fortunato Calvi racconta il “suo” lago di Santa Croce. Quello di quando era bambino, quello dei racconti del paese, quello che nel tempo si è trasformato in attrattiva turistica. Il suo è un punto di osservazione privilegiato: la terrazza del suo locale, il bar Fortunato di Poiatte, gli consente di iniziare ogni giornata con uno sguardo meravigliato. «Questo panorama» spiega osservando la foto che Giampietro Paris ha inviato al concorso fotografico Belluno Meraviglia e che è la protagonista della nostra rubrica di questa settimana, «è quello che vedo ogni giorno ma nonostante siano passati tanti anni la mattina la prima cosa che faccio è fermarmi ad osservare. Poi mi metto a lavorare».

Appuntamento con Belluno Meraviglia


L’eleganza del lago di Santa Croce è frutto di una commistione di tocco divino e ingegno umano. «Il lago è di origine glaciale» spiega Fortunato, «poi negli anni ’30 hanno costruito una diga alla Secca e portato qui, da Soverzene, l’acqua del Piave. Una volta quando pioveva tanto si formavano altri due laghi in località Paludi e l’acqua del lago tornava verso il Piave attraverso il torrente Rai».

Rispetto alla sua conformazione naturale, il lago si è alzato di sette metri ed ha cambiato anche la sua funzione sociale. «Questa era una zona dove si produceva carbone, e il nome Poiatte potrebbe derivare proprio da questo. Il lago veniva usato per trasportare i tronchi che, attraverso il Rai, arrivavano sul Piave. La mia famiglia era una delle poche ad avere una barca e io stesso ricordo di aver trasportato legname con mio padre, d’inverno sul lago ghiacciato. Ci andavano anche i cavalli. Poi negli anni ’50 è arrivata la strada e non più servito».

Oggi in auto si può percorrere l’intero perimetro del lago che, nell’arco dei 55 anni che Fortunato ha trascorso dietro al bancone del bar, ha visto un notevole sviluppo turistico. «Oggi è affollato da giovani sportivi: windsurf, kitesurf, le imbarcazioni della Lega navale. Rispetto al passato, quando il lago non era praticato dalla gente del posto, ci sono tanti bellunesi oltre a trevigiani e anche triestini». Sembra strano che dalla patria della bora si debba venire in Alpago per trovare vento. «Vengono qui per le scuole di vela. Il vento è costante, ogni pomeriggio da sud, tranne novembre, dicembre e gennaio» continua Fortunato, «e questo attrae anche tanti stranieri: austriaci, tedeschi e olandesi che praticano kitesurf». Il colpo d’occhio estivo, quando la superficie del lago è solcata da coloratissime vele, dà la misura della fama di Santa Croce. Ma il lago, come dimostra la foto che vi proponiamo, è anche calma e quiete. Un tesoro che Fortunato, dalla sua terrazza sul lago, custodisce con orgoglio.

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